Quando pensiamo all’addestramento di un cane, immaginiamo spesso un percorso fatto di esercizi, comandi e regole da insegnare all’animale. Ma la ricerca scientifica dimostra che, in realtà, il training riguarda anche e soprattutto gli esseri umani.
Lo studio di Jessica Greenebaum (2010), pubblicato su Anthrozoös, mostra come l’addestramento sia un processo di interazione simbolica: riflette le nostre idee sul rapporto uomo–cane, la nostra visione del ruolo sociale dei cani e le aspettative che proiettiamo su di loro. In altre parole: addestrando i cani, addestriamo anche noi stessi.
Due approcci a confronto: dominanza e collaborazione
La storia recente della cinofilia è stata segnata da due grandi correnti di pensiero, ancora oggi spesso in conflitto tra loro.
Metodo tradizionale basato sulla dominanza
Nasce da interpretazioni (oggi superate) del comportamento dei lupi, in cui si immaginava la necessità di un “capobranco” umano. Questo approccio è centrato sull’obbedienza immediata, ottenuta con correzioni fisiche, collari coercitivi ed esercizi di sottomissione come l’“alpha roll” (Koehler, 1962; Millan, 2006).
Molti studi hanno però dimostrato i limiti e i rischi di questo modello. Secondo Yin (2007) e Herron, Shofer e Reisner (2009), la logica della dominanza non solo non è applicabile ai cani domestici, ma può anche indurre aggressività, paura e stress cronico, peggiorando i problemi invece di risolverli.
Metodo basato sulla ricompensa
Il secondo approccio si fonda sul rinforzo positivo e sulle tecniche di modificazione comportamentale. Qui il cane non è visto come un soggetto da sottomettere, ma come un partner attivo, capace di prendere decisioni, apprendere regole e costruire significati condivisi con l’umano. Autori come Karen Pryor (2002), Jan Fennell (2004) e Linda Irvine (2004) hanno contribuito a diffondere questa visione.
Il training diventa così una forma di cooperazione: si premiano i comportamenti desiderati, si reindirizzano quelli indesiderati, si evitano coercizione e violenza. L’obiettivo è costruire fiducia reciproca, riconoscendo al cane uno status di compagno sociale e non di strumento.
Cani come attori sociali: l’interazionismo simbolico
Lo studio di Greenebaum si basa sulla teoria dell’interazionismo simbolico (Mead, 1907), che vede la società come un insieme di significati condivisi costruiti attraverso le interazioni.
Se per Mead gli animali non erano capaci di interazione simbolica, ricerche successive hanno ribaltato questa visione. Oggi sappiamo che i cani possono essere considerati attori sociali (Sanders, 1999; Alger & Alger, 1997). Attraverso gesti, posture, sguardi e vocalizzazioni comunicano con noi e apprendono a interpretare i nostri segnali.
In questo senso, i compagni umani non addestrano solo comportamenti, ma partecipano a una vera e propria costruzione di significati condivisi.
Strumenti e simboli nel training
Gli strumenti usati nell’addestramento non sono mai neutri, ma veicolano un messaggio preciso sul tipo di relazione che si intende costruire.
- Collari e guinzagli: nel modello tradizionale si usano collari a strangolo o coercitivi, simbolo di controllo. Nel modello collaborativo si preferiscono pettorine e strumenti che non danneggiano il cane, valorizzando sicurezza e fiducia.
- Il cibo: nel reward-based training il cibo diventa un mezzo comunicativo, non un ricatto. Ricompensare un comportamento desiderato significa riconoscere lo sforzo del cane e motivarlo.
- Il corpo: gesti, postura, tono della voce sono strumenti potentissimi. I cani imparano a leggere i nostri segnali e i compagni umani, a loro volta, devono imparare a “parlare canino”. Questo dialogo non verbale è il cuore della relazione.
Formare cani significa formare umani
Uno dei punti più forti della ricerca di Greenebaum è che i corsi di addestramento servono almeno quanto ai cani anche agli esseri umani.
I partner umani imparano a leggere il linguaggio corporeo del cane, a gestire le proprie emozioni, a comunicare con coerenza, a rispettare i tempi dell’animale. L’addestramento diventa così un percorso di crescita reciproca.
Molti dei comportamenti problematici che portano all’abbandono (Greenebaum, 2006–2007) non derivano dal cane, ma da incomprensioni e aspettative irrealistiche dell’umano. Pensiamo spesso che il cane debba “imparare in poche lezioni”, dimenticando che, come per i bambini, la socializzazione richiede tempo, pazienza e costanza.
Il rischio dell’antropomorfismo
Un altro aspetto importante riguarda l’antropomorfismo. Trattare i cani come “eterni bambini” o “peluche” porta a delusioni e incomprensioni. Irvine (2004) distingue tra un antropomorfismo sentimentale, che rischia di ridurre il cane a oggetto affettivo, e un antropomorfismo critico (Burghardt, 1998), che riconosce i bisogni etologici del cane pur traducendoli nel nostro linguaggio.
In questa prospettiva, il cane è compagno e partner, ma resta cane: con emozioni, desideri e necessità specifiche che vanno rispettate.
Conclusioni: addestramento come relazione
L’addestramento non è un insieme di tecniche ma un riflesso delle nostre idee su chi sono i cani e su quale tipo di relazione vogliamo costruire con loro.
Il modello della dominanza riduce il cane a soggetto da controllare. Il modello collaborativo, basato sul rinforzo positivo, lo valorizza invece come compagno e partner attivo.
In entrambi i casi i cani imparano, ma ciò che cambia radicalmente è la qualità della relazione. Se vogliamo cani equilibrati, sicuri e felici, dobbiamo prima di tutto imparare noi stessi ad essere partner consapevoli.
Come ricorda Greenebaum (2010), “Siamo noi a fallire i cani, quando non comunichiamo correttamente e non rispettiamo il nostro ruolo di compagni responsabili”.
Riferimenti scientifici
- Greenebaum, J. B. (2010). Training Dogs and Training Humans: Symbolic Interaction and Dog Training. Anthrozoös, 23(2), 129–141.
- Sanders, C. (1999). Understanding Dogs: Living and Working with Canine Companions. Temple University Press.
- Irvine, L. (2004). If You Tame Me: Understanding Our Connections with Animals. Temple University Press.
- Herron, M., Shofer, F., & Reisner, I. (2009). Survey of the use of confrontation and non-confrontational training methods. Applied Animal Behaviour Science, 117(1–2), 47–54.
- Yin, S. (2007). Dominance vs. Leadership in Dog Training. Veterinary Behavior Clinic.
- Pryor, K. (2002). Getting Started: Clicker Training for Dogs. Sunshine Books.
- Burghardt, G. (1998). The evolutionary origins of play revisited. Cambridge University Press.
- Fennell, J. (2004). The Dog Listener. HarperCollins.

