Dal al cane-oggetto al cane-soggetto

Primo piano di un cane che guarda il suo compagno umano con fiducia, simbolo della relazione tra uomo e animale come esseri senzienti

Nel mondo della cinofilia moderna parliamo sempre più spesso di emozioni, bisogni, comunicazione e relazione. Ma i cani, e con loro tutti gli animali, sono ancora davvero riconosciuti come soggetti dalla nostra società?

L’articolo “Gli esseri animali quali res senzienti” di Francesca Rescigno offre una riflessione lucida: nonostante i progressi della scienza e dell’etologia – che ormai ci mostrano con chiarezza che gli animali sono esseri senzienti, capaci di emozioni, desideri, sofferenza e intenzionalità – il diritto continua a considerarli, in molti casi, come res, cioè cose. Proprietà dell’essere umano.

Anche se il Trattato di Lisbona (2009) ha riconosciuto formalmente che gli animali sono esseri senzienti, questo non si traduce ancora in una vera soggettività giuridica. Le leggi italiane ed europee, pur avendo introdotto importanti tutele (come il reato di maltrattamento), mantengono spesso un’impostazione antropocentrica: proteggono gli animali non per quello che sono, ma in funzione di quanto valgono per noi.

Ma chi lavora ogni giorno con i cani sa bene che questa visione è ormai superata. In educazione cinofila, nella riabilitazione comportamentale, nello sport o nelle attività assistite, parliamo di relazione, di rispetto dell’individuo, di costruzione di un linguaggio comune. Non possiamo più permetterci di trattare i cani come strumenti, o peggio, come contenitori di aspettative umane.

Il passaggio dal cane-oggetto al cane-soggetto è qualcosa che viviamo concretamente quando:

  • rispettiamo i suoi tempi di apprendimento, senza forzature;
  • scegliamo rinforzi legati alla relazione e non al condizionamento meccanico;
  • riconosciamo le emozioni dietro a un comportamento “problema”;
  • smettiamo di usare collari coercitivi perché “il fine giustifica i mezzi”;
  • ci chiediamo non “come faccio a farlo obbedire”, ma “come posso farmi capire”.

Il diritto ha ancora molta strada da fare. Ma il mondo cinofilo può essere un laboratorio etico e sociale di trasformazione. Se vogliamo che i cani siano riconosciuti come soggetti titolari di diritti, dobbiamo iniziare noi – nelle scuole, nei campi, nelle famiglie – a trattarli come tali.

È ora di superare lo specismo anche nella cinofilia: costruire relazioni che si fondano sulla reciprocità, non sul dominio. Un cane è un individuo. Con una mente, un’emotività, una storia. Con un naso che lo guida, e un cuore che sente.

Siamo pronti ad assumerci la responsabilità di questo riconoscimento?

Cosa possiamo fare concretamente, nel nostro lavoro cinofilo?

Il riconoscimento della soggettività animale non è solo una battaglia giuridica o filosofica: è un impegno quotidiano, che possiamo già mettere in atto in ogni interazione con il cane. Ecco alcune azioni concrete che, nel nostro lavoro, possono fare la differenza:

  • Usare metodi rispettosi e scientificamente fondati.
    Scegliamo approcci basati sul rinforzo positivo, sulla comunicazione e sulla relazione. Lasciamo da parte metodi coercitivi, strumenti punitivi o logiche di obbedienza cieca: non servono a educare, ma a sottomettere.
  • Leggere il cane come individuo, non come categoria.
    Ogni cane ha una storia, un carattere, una sensibilità. Evitiamo di appiattirlo in etichette (“dominante”, “testardo”, “manipolatore”) e ascoltiamo invece i segnali che ci dà: ci raccontano molto più delle etichette.
  • Educare le persone al rispetto, non al controllo.
    Insegnare a “gestire il cane” non è il nostro obiettivo. Il nostro ruolo è guidare i proprietari verso una relazione fatta di ascolto reciproco, fiducia e consapevolezza.
  • Dare valore al benessere emotivo, non solo al comportamento.
    Un cane che esegue esercizi in modo perfetto ma vive in uno stato di stress o disagio non è un cane “educato”: è un cane che ha imparato a spegnersi. Diamo priorità alla serenità, al gioco condiviso, alla motivazione.
  • Contrastare le narrazioni speciste nella comunicazione.
    Evitiamo di parlare del cane come se fosse un “mezzo” per ottenere obiettivi (sportivi, sociali, terapeutici). È un partner, non un attrezzo. E deve esserci riconosciuto come tale anche nelle parole che usiamo.
  • Fare rete con figure professionali eticamente affini.
    Veterinari, istruttori, educatori, avvocati, comportamentalisti, operatori del settore: tutti possiamo contribuire alla costruzione di una cinofilia più giusta, più rispettosa, più consapevole.

Questi non sono gesti simbolici. Sono atti politici, culturali e profondamente etici. Ognuno di noi, nel suo piccolo, può essere parte di quel cambiamento che il diritto fatica ancora a realizzare, ma che noi – nel nostro campo cinofilo – possiamo già vivere.

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